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Risarcimento per Ingiusta Detenzione: 5 Info pratiche – Scarcerazione –

Ogni anno, in Italia, sono riconosciuti circa 25 milioni di euro di risarcimento per ingiusta detenzione.

Il dato è assai significativoca, se si considera che ogni anno vengono emesse circa 100.000 misure cautelari coercitive, molte delle quali, appunto, ingiuste. Le misure custodiali (carcere, arresti domiciliari, custodia in luogo di cura) rappresentano complessivamente circa il 56% del totale, mentre solo il 44% è costituito da misure non custodiali.

I principali distretti in cui sono emessi tali provvedimenti sono Roma, Napoli, Catanzaro.​

Questi numeri fotografano un sistema che continua a incidere in modo molto intenso sulla vita delle persone prima della condanna definitiva e in cui il rischio di ingiuste detenzioni è molto elevato.

In questo articolo scoprirai come:

  • chiedere il risarcimento del danno per ingiusta detenzione, mediante istanza alla Corte di Appello
  • impugnare l’eventuale ordinanza di rigetto della Corte di Appello in Corte di Cassazione
  • impugnare l’eventuale sentenza/ordinanza rigetto della Corte di Cassazione davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU), che rappresenta l’ultima possibilità per poter ottenere un risarcimento del danno per ingiusta detenzione

Sono l’avvocato Gianluca Piemonte, iscritto all’albo degli avvocati cassazionisti, e mi occupo di impugnare alla Corte europea i provvedimenti di rigetto della richiesta di riparazione per ingiusta detenzione.

Ecco tutte le informazioni pratiche per comprendere pienamente la questione e capire quando la scarcerazione può dare diritto al risarcimento.

Cos’è l’ingiusta detenzione

Che cos’è l’ingiusta detenzione: equa riparazione per il danno patrimoniale e non patrimoniale

La riparazione per ingiusta detenzione è il meccanismo, previsto dal codice di procedura penale, che consente – a posteriori – di chiedere un’equa riparazione quando quella compressione anticipata della libertà si rivela infondata o sproporzionata.

La legge quindi prevede un sistema che consente di ottenere un risarcimento dei danni (patrimoniali e non patrimoniali) provocati dall’attività giudiziaria.

Chi ha diritto al risarcimento per ingiusta detenzione

Chi ha diritto alla riparazione per ingiusta detenzione secondo l’art. 314 c.p.p.

Il diritto alla riparazione del danno per ingiusta detenzione spetta per i casi che sono espressamente previsti dalla legge.

Al riguardo l’art. 314 c.p.p. prevede che:

1. Chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, ha diritto a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita, qualora non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave. L’esercizio da parte dell’imputato della facoltà di cui all’articolo 64, comma 3, lettera b), non incide sul diritto alla riparazione di cui al primo periodo.

2. Lo stesso diritto spetta al prosciolto per qualsiasi causa o al condannato che nel corso del processo sia stato sottoposto a custodia cautelare, quando con decisione irrevocabile risulti accertato che il provvedimento che ha disposto la misura è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli articoli 273 e 280.

3. Le disposizioni dei commi 1 e 2 si applicano, alle medesime condizioni, a favore delle persone nei cui confronti sia pronunciato provvedimento di archiviazione ovvero senvetenza di non luogo a procedere.

4. Il diritto alla riparazione è escluso per quella parte della custodia cautelare che sia computata ai fini della determinazione della misura di una pena ovvero per il periodo in cui le limitazioni conseguenti all’applicazione della custodia siano state sofferte anche in forza di altro titolo.

5. Quando con la sentenza o con il provvedimento di archiviazione è stato affermato che il fatto non è previsto dalla legge come reato per abrogazione della norma incriminatrice, il diritto alla riparazione è altresì escluso per quella parte di custodia cautelare sofferta prima della abrogazione medesima.

Procedimento

Procedimento per l’ingiusta detenzione: termine di due anni, art. 315 c.p.p., corte d’appello in camera di consiglio

La domanda di riparazione per ingiusta detenzione (istanza per ingiusta detenzione) si propone, a pena di inammissibilità, entro il termine di due anni:

  • dal passaggio in giudicato della sentenza che ha definito il procedimento (proscioglimento o condanna)
  • dal momento in cui la sentenza di non luogo a procedere è divenuta inoppugnabile
  • oppure dalla notificazione del decreto di archiviazione all’interessato, come prevede l’art. 315, comma 1, c.p.p.

La domanda va presentata, personalmente o tramite difensore munito di procura speciale, alla Corte d’appello competente (che è quella del distretto in cui è stata pronunciata la decisione “presupposto”).

Nell’istanza occorre far riferimento specifico:

  • del procedimento (autorità giudiziaria, numero di RG, capi di imputazione)
  • del periodo di privazione della libertà
  • della decisione che fonda il diritto
  • degli allegati utili a dimostrare il danno subito, sia patrimoniale sia non patrimoniale

La Corte d’appello, a seguire, procede in camera di consiglio.

Nel corso del procedimento è sentito il pubblico ministero e il difensore. Inoltre possono essere assunte, se necessario, ulteriori prove.

Il procedimento si conclude con ordinanza che può:

  • dichiarare inammissibile la domanda (ad esempio per tardività)
  • respingere/rigettare la domanda nel merito
  • accogliere la domanda, determinando l’ammontare dell’equa riparazione entro il limite massimo di euro 516.456,90 previsto dall’art. 315, comma 2, c.p.p. (corrispondente a 1 miliardo delle vecchiedis lire italiane)

Scarcerazione e Ingiusta detenzione

Scarcerazione e ingiusta detenzione: perché la fine della misura cautelare non basta per la riparazione

Il tema dell’ingiusta detenzione è spesso collegato a quello della scarcerazione.

La scarcerazione rappresenta un fatto processuale giuridicamente neutro che segna la cessazione della misura cautelare ma non implica, di per sé, alcuna valutazione sulla legittimità o meno della privazione della libertà subita.

Questo significa che NON c’è nessun collegamento automatico tra scarcerazione e diritto al risarcimento per ingiusta detenzione.

La scarcerazione può intervenire per una pluralità di ragioni, quali:

  • la revoca della misura da parte del giudice procedente
  • l’annullamento del provvedimento cautelare in sede di riesame o di legittimità
  • la decorrenza dei termini massimi di durata della custodia cautelare, ovvero la sostituzione della misura custodiale con una misura meno afflittiva

In tutti questi casi, tuttavia, la scarcerazione produce esclusivamente l’effetto di far cessare lo stato detentivo, senza anticipare alcun giudizio sull’ingiustizia della detenzione sofferta.

È dunque essenziale distinguere tra la scarcerazione per ragioni cautelari e l’accertamento dell’ingiusta detenzione ai sensi dell’art. 314 c.p.p.

La prima attiene alla verifica, in itinere, della persistenza delle esigenze cautelari o dei presupposti di legge per il mantenimento della misura, mentre il secondo presuppone una valutazione ex post.

La cessazione della misura non equivale, quindi, al riconoscimento dell’errore giudiziario o della detenzione ingiusta, che resta subordinato ai rigorosi presupposti normativi fissati dal legislatore.

Sotto il profilo temporale, la scarcerazione assume un rilievo decisivo anche ai fini del calcolo dell’indennizzo.

Essa individua il momento finale del periodo di privazione della libertà rilevante, a partire dal quale viene determinata la durata complessiva della custodia cautelare ingiustamente sofferta.

Istanza per ingiusta detenzione

Istanza per ingiusta detenzione: procura speciale, deposito in corte d’appello, contenuto e diritto degli eredi

L’istanza di riparazione per ingiusta detenzione deve essere presentata presso la cancelleria della Corte di Appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza o il provvedimento di archiviazione che ha definito il procedimento.

Nel caso in cui la sentenza è stata emessa dalla Corte di Cassazione – sezione penale – è competente la Corte di Appello hel cui distretto è stato emesso il provvedimento impugnato.

L’istanza ha una sorta di natura civilistica (tesa ad ottenere un risarcimento del danno) ma è comunque soggetta alle norme del processo penale.

Nello specifico, l’art. 315 c.p.p. dispone che:

La domanda di riparazione deve essere proposta, a pena di inammissibilità, entro due anni dal giorno in cui la sentenza di proscioglimento o di condanna è divenuta irrevocabile, la sentenza di non luogo a procedere è divenuta inoppugnabile o è stata effettuata la notificazione del provvedimento di archiviazione alla persona nei cui confronti è stato pronunciato a norma del comma 3 dell’articolo 314

La domanda di riparazione è un atto personale della parte, che può essere presentato dall’interessato direttamente o da un difensore munito di procura speciale.

È essenziale richiamare la sentenza o il provvedimento su cui si fonda il diritto (proscioglimento, non luogo a procedere, archiviazione, revoca/annullamento della misura) allegandone copia, così da consentire alla Corte d’appello di verificare i presupposti oggettivi e soggettivi dell’art. 314 c.p.p.

Sul piano contenutistico, la domanda deve poi quantificare, almeno in via orientativa, la somma richiesta, distinguendo – ove possibile – tra danno patrimoniale (perdita o riduzione di reddito, spese legali ulteriori, interruzione dell’attività lavorativa o d’impresa) e danno non patrimoniale (sofferenza psichica, lesione dell’immagine, ripercussioni familiari e relazionali).

È buona prassi allegare sin da subito la documentazione probatoria disponibile (contratti di lavoro, buste paga, bilanci, certificazioni mediche, dichiarazioni di familiari o datori di lavoro), perché il giudice opera una valutazione complessiva e concreta del pregiudizio.

Un fascicolo povero di prove rischia di tradursi in una liquidazione meramente simbolica.

Un ulteriore profilo delicato è quello relativo alla “condotta ostativa”. Ciò significa che nella domanda è opportuno ricostruire, in modo coerente, i comportamenti tenuti dall’interessato durante le indagini e il processo, evidenziando l’assenza di dolo o colpa grave nella causazione della misura cautelare, per prevenire possibili eccezioni del pubblico ministero o rilievi d’ufficio della Corte.

In questo senso, il difensore dovrebbe utilizzare la domanda non solo come atto “richiesta di somme”, ma come vera e propria memoria argomentativa che collega l’esito assolutorio, le caratteristiche della detenzione subita e il quadro probatorio del danno, così da porre il giudice nelle migliori condizioni per riconoscere e quantificare l’equa riparazione.

Legittimazione degli eredi

Il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione si trasmette agli eredi dell’interessato, qualora questi muoia nelle more del procedimento volto ad ottenere il riconoscimento del diritto.

Ciò si desume dal richiamo operato dall’art. 315, comma 2, c.p.p. alle norme assosulla riparazione per errore giudiziario.

Calcolo della Misura dell’indennizzo

Calcolo dell’indennizzo per ingiusta detenzione: massimale di 516.456,90 euro e 235,82 euro per giorno di carcere

La misura dell’indennizzo si determina combinando un criterio aritmetico “di base” con una valutazione concreta del pregiudizio subito, entro il massimale fissato dalla legge.

Come anticipato, l’art. 315, comma 2, c.p.p. stabilisce che l’equa riparazione «non può in nessun caso superare la somma di euro 516.456,90», pensata per coprire fino a 6 anni di custodia cautelare massima.

Questo importo funge da tetto invalicabile. Per cui anche in presenza di danni gravissimi, il giudice non può mai superare (“per legge”) tale limite complessivo.

Il parametro “euro per giorno” (“euro al giorno”)

La giurisprudenza della Corte di Cassazione penale ha elaborato un parametro aritmetico standard, ricavato dividendo il massimale (516.456,90 euro) per i giorni corrispondenti a 6 anni di detenzione, ottenendo così un valore teorico di circa 235,82 euro per ogni giorno di custodia cautelare ingiusta.

Per gli arresti domiciliari, le pronunce della Cassazione indicano spesso un valore dimezzato, intorno a 117,91 euro al giorno, salvo adeguamenti in più o in meno in relazione al caso concreto.

Questo parametro “pro die” viene poi moltiplicato per il numero di giorni di privazione della libertà ritenuti ingiusti, così da ottenere una prima base di calcolo dell’indennizzo complessivo.

Il valore giornaliero non è rigido. Il giudice può infatti aumentarlo o ridurlo, sempre nel rispetto del massimale, tenendo conto di specifici fattori aggravanti o attenuanti del pregiudizio patito.

In particolare vengono valutati:

  • durata complessiva della detenzione, condizioni di detenzione (carcere duro, sovraffollamento, distanza dalla famiglia)
  • effetti sulla vita personale e familiare (interruzione di percorsi adottivi, impossibilità di assistere congiunti malati, crisi relazionali documentate)
  • assenza di elementi di colpa, anche minima
  • ripercussioni lavorative e professionali (come perdita del lavoro, chiusura di attività, pregiudizio alla reputazione professionale)
  • eventuali ricadute psico‑fisiche documentate (disturbi d’ansia, depressione, danni alla salute), anche se al riguardo la sindrome depressiva non costituisce, di regola, circostanza particolarmente idonea di per sé ad incrementare l’indennizzo liquidato in base al solo calcolo aritmetico, trattandosi di una ripercussione presente frequentemente in situazioni di ingiusta detenzione (Cassazione Penale n. 13602 del 13.02.2008)

Pur partendo da un parametro unitario “per giorno”, la liquidazione deve tener conto sia del danno patrimoniale (redditi perduti, costi aggiuntivi, occasioni lavorative sfumate) sia del danno non patrimoniale (sofferenza morale, lesione dell’immagine, sconvolgimento della vita di relazione).

Accertamento del giudice (in sede di riparazione)

Accertamento del giudice sull’ingiusta detenzione: dolo o colpa grave e condotta ostativa dell’interessato

Il giudice della riparazione, pur muovendosi sugli stessi fatti esaminati dal giudice della cognizione, svolge un accertamento autonomo e diverso.

Egli non deve stabilire se una certa condotta integri o meno reato, ma se quella condotta abbia inciso, anche in concorso con errori altrui, nella produzione dell’evento “detenzione”, valutando liberamente il materiale processuale per verificare le condizioni – di natura sostanzialmente civilistica – del diritto all’indennizzo, comprese le eventuali cause di esclusione.

In particolare, nel verificare la condizione ostativa del dolo o della colpa grave, egli deve considerare il comportamento dell’interessato sia prima sia dopo l’applicazione della misura.

Deve trattarsi di un periodo di detenzione sofferto da una persona rimasta assolutamente estranea alla vicenda delittuosa.

Detenzione per Associazione di tipo mafioso

Nei procedimenti per associazione di tipo mafiosa (art. 416-bis c.p.), la colpa grave può emergere già dal contesto relazionale dell’interessato.

Ad esempio, alcune sentenze hanno stabilito che frequentazioni ambigue con persone gravate da specifici precedenti o coinvolte in traffici illeciti possono essere lette come condotte gravemente imprudenti, idonee a precludere l’indennizzo.

Sono stati ritenuti rilevanti anche rapporti assidui e non giustificati che, per le modalità concrete, si prestano oggettivamente a essere interpretati come indizi di complicità, così come comportamenti professionalmente o deontologicamente scorretti che avvicinano il soggetto a circuiti criminali.

In una pronuncia più recente è stato poi chiarito che tali “frequentazioni ambigue” possono assumere rilievo ostativo anche quando riguardano parenti già condannati nello stesso procedimento, purché non si tratti di rapporti inevitabili o imposti dalle normali dinamiche familiari, ma di scelte relazionali ulteriori e non necessitate.

Tuttavia, l’esperienza del nostro studio legale in tema di associazione mafiosa, ci permette di affermare che molte decisioni difettano di una motivazione adeguata. Ragion per cui è possibile valutare un’limpugnazione.

IMPUGNAZIONI

Come impugnare la decisione sull’ingiusta detenzione: ricorso in Cassazione e Corte europea dei diritti dell’uomo

Il procedimento di riparazione per ingiusta detenzione è definito dalla Corte di Appello con un provvedimento che è un’ordinanza.

L’ordinanza può essere impugnata in Cassazione, ma solo in eccezionali ipotesi, oppure alla Corte europea dei diritti dell’uomo nei restanti casi.

In ogni caso, se si sceglie la strada della Cassazione, la decisione della Cassazione è a sua volta impugnabile anche alla Corte europea.

Non è invece ammissibile il ricorso straordinario ai sensi dell’art. 625-bis c.p.p. per correzione di errore materiale o di fatto, essendo possibile solo per pronunce di condanna, non già per ingiusta detenzione.

Ricorso per Cassazione

L’ordinanza è dunque impugnabile con ricorso per Cassazione sia da parte dell’interessato sia da parte del pubblico ministero, per violazione di legge o vizi di motivazione.

In particolare, la Corte di Cassazione può soltanto verificare se il giudice del merito (la Corte di Appello) abbia adeguatamente motivato il suo convincimento.

Pertanto, in Cassazione non è possibile mettere in discussione la congruità della somma liquidata (ossia l’importo determinato), a meno che la decisione risulti manifestamente arbitraria (cfr. Cassazione penale n. 14459 del 20 febbraio 2007), quale ipotesi veramente rara nei dati statistici.

La Cassazione non è un terzo grado di merito, perché non rivaluta i fatti, ma verifica la correttezza giuridica e la coerenza logica della motivazione.

Come detto, la decisione della Corte di Cassazione è a sua volta impugnabile alla Corte europea (ipotesi ancora non tanto conosciuta in Italia).

Ricorso alla Corte europea

Esauriti i rimedi interni, resta aperta la via alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Il ricorso alla Corte europea è possibile avverso:

  • l’ordinanza emessa dalla Corte di Appello (se l’avvocato che ti ha seguito in tale procedimento ritiene che non ci siano motivi validi o possibilità per ricorrere in Cassazione
  • la decisione della Corte di Cassazione

Il ricorso a Strasburgo presuppone infatti che siano stati utilizzati i rimedi nazionali disponibili (compresa, in linea di massima, la procedura ex artt. 314‑315 c.p.p. e l’eventuale ricorso per Cassazione) e che l’istanza sia presentata entro 4 mesi dalla decisione interna definitiva.

Davanti alla Corte EDU l’oggetto del contendere non è solo la misura dell’indennizzo, ma soprattutto l’effettività del sistema complessivo di tutela.

Sarà possibile mettere in rilievo la legalità e la durata della detenzione, la rapidità e la concretezza del controllo giurisdizionale, nonché l’esistenza di un rimedio risarcitorio realmente accessibile e non puramente teorico.

In questo modo, la dimensione convenzionale funziona da “valvola di sicurezza” ulteriore rispetto alle garanzie interne, spingendo l’ordinamento italiano ad applicare l’istituto della riparazione in modo coerente con gli standard europei.

CONCLUSIONI

In pratica, in caso di ingiusta detenzione è possibile presentare entro 2 anni una domanda di riparazione/indennizzo, calcolato in base ai giorni di detenzione.

Tale domanda si presenta alla Corte di Appello, la quale decide con una ordinanza.

L’ordinanza della Corte di appello è impugnabile in Cassazione (se sussistono particolari motivi ammessi dalla legge) o, in alternativa, alla Corte europea entro 4 mesi.

In ogni caso, se si ricorre per Cassazione, la decisione sfavorevole è comunque impugnabile anch’essa alla Corte europea.

Sono l’avvocato Gianluca Piemonte e mi occupo di ricorsi alla Corte europea per clienti di ogni provincia italiana. Il ricorso alla Corte europea è documentale e questo ci permette di fornire consulenza a distanza, senza la necessità che il cliente si presenti nel nostro studio.

Raccontaci il tuo caso se hai ottenuto:

  • un’ordinanza della Corte di Appello che non è impugnabile in Cassazione
  • una decisione della Corte di Cassazione

Contattami per ricevere un preventivo sulla valutazione dei presupposti per poter ricorrere alla Corte europea.

I nostri preventivi sono chiari e trasparenti (sia per la valutazione dei presupposti per ricorrere sia per l’eventuale scelta di ricorrere alla Corte europea).

Ho già aiutato moltissime persone a veder riconoscere i propri diritti per un ingiusto processo e sarò felice di poter aiutare anche te.

Scrivimi a supporto@studiopiemonte.com oppure compila il modulo nella pagina CONTATTACI

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